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Cristina Torrengo
Cristina Torrengo • 2 years ago

Gli chiesi dove metteva i salici a stagionare, quest'anno ch'era così asciutto. Lui si chinò a far su il fastello, poi cambiò idea. Rimase a guardarmi, rincalzando col piede i rami e attaccandosi dietro i calzoni la roncola. Aveva quei calzoni e quel cappello inzaccherati, quasi celesti, che si mettono per dare il verderame. - C'è un'uva bella quest'anno, - gli dissi - manca solo un po' d'acqua. LunaFalò/07/Natura

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E ancora una volta è acqua,uva,Terra...è LunaFalò/13/Paesaggi -Ci arrampicammo per il Salto.Da principio non si parlava,o si diceva solamente:«L’uva quest’anno è bella».Passammo tra la riva e la vigna di Nuto.Lasciammo la stradetta e prendemmo il sentiero [...]Fin qui ero salito un tempo,dove finiva il cortile della casa dello Spirita.Ci venivamo in novembre a rubargli le nespole.Cominciai a guardarmi sotto i piedi–le vigne asciutte e gli strapiombi,il tetto rosso del Salto,il Belbo e i boschi.

Anguilla cresce... potare, mietere, dare il solfato, lavare le tine, spogliare le canne, vendere l’uva il grano le noci, trattare i manzi, cambiar lo strame, dar il beverone e il fieno, spargere il letame, far erba, voltare i fieni, tirar l’acqua, preparare il verderame, bagnare l’orto, andare al mercato, aiutare in cascina… LunaFalò/15/RimeRitmi

il faro

Il bello di quei tempi era che tutto si faceva a stagione, e ogni stagione aveva la sua usanza e il suo gioco, secondo i lavori e i raccolti, e la pioggia o il sereno. L'inverno si rientrava in cucina con gli zoccoli pesanti di terra, le mani scorticate e la spalla rotta dall'aratro, ma poi, voltate quelle stoppie, era finita, e cadeva la neve. Si passavano tante ore a mangiar le castagne, a vegliare, a girare le stalle, che sembrava fosse sempre domenica. Mi ricordo l'ultimo lavoro dell'inve...

Cesare Pavese nasce il 9 settembre 1908 a Santo Stefano Belbo, un paesino delle Langhe in provincia di Cuneo, dove il padre, cancelliere del tribunale di Torino, aveva un podere... Logorato, stanco, ma in fondo perfettamente lucido si toglie la vita in una camera dell'albergo Roma di Torino ingoiando una forte dose di barbiturici. E' il 27 agosto del 1950. Solo un'annotazione, sulla prima pagina dei Dialoghi con Leucò, sul comodino della stanza «Perdono tutti e a tutti chiedo perdono...».

Così venne l’inverno e cadde molta neve e il Belbo gelò – si stava al caldo in cucina o nella stalla, c’era soltanto da spalare il cortile e davanti al cancello, si andava a prendere un'altra fascina – o bagnavo i salici per Cirino, portavo l'acqua, giocavo alle biglie coi ragazzi. Venne Natale, Capodanno, l'Epifania; si arrostivano le castagne, tirammo il vino, mangiammo due volte il tacchino e una l’oca. […] La domenica andavo a messa in paese coi ragazzi del Salto, con le donne, e portavamo il pane a cuocere. La collina di Gaminella era brulla, bianca di neve, la vedevo in mezzo ai rami secchi di Belbo.» LunaFalò/14/Stagioni

Fino al 9 settembre "La luna e i falò" riscritto su Twitter #LunaFalò - vai all'articolo -> www3.lastampa.it/... #Cultura

Le sere d'estate quando stavamo seduti sotto il pino o sul trave nel cortile, a vegliare - passanti si soffermavano al cancello, donne ridevano, qualcuno usciva dalla stalla - il discorso finiva sempre che i vecchi, massaro Lanzone, Serafina, e qualche volta, se scendeva, il sor Matteo, dicevano "Sì sì giovanotti, sì sì ragazze... pensate a crescere... così dicevano i nostri nonni... si vedrà quando toccherà a voi". A quei tempi non mi capacitavo che cosa fosse questo crescere, credevo fosse...

La luna e i falò ai tempi della twitteratura "La Luna e i falò" è il romanzo più conosciuto, letto e tradotto di Cesare Pavese. È il romanzo che ha segnato la raggiunta maturità stilistica dello scrittore che, a partire da "Paesi tuoi", aveva inaugurato quella sua sperimentazione linguistica mutuata dagli americani, amati e tradotti, e dallo slang, apprezzato per la sua forte carica semantica e austerità lessicale...

La genesi della bellissima avventura di LunaFalò su #Twitter (clic sul libro per leggere il post dal mio blog)

Si vedevano in cima, sopra i rovi, sporgere le prime viti chiare e un bell’albero di pesco con certe foglie già rosse come quello che c’era ai miei tempi e qualche pesca cadeva allora nella riva e ci sembrava piú buona delle nostre. Queste piante di mele, di pesche, che d’estate hanno foglie rosse o gialle, mi mettono gola ancora adesso, perché la foglia sembra un frutto maturo e uno si fa sotto, felice. Per me tutte le piante dovrebbero essere a frutto; nella vigna è così. LunaFalò/07/Natura