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Jane Love
Jane Love • 2 years ago

La fortuna di questa maschera napoletana, che gli studiosi di teatro considerano come una varietà meridionale del carattere di Pantalone, deriva da un caso difficilmente spiegabile: l’accento di Bisceglie, con una cantilena leggermente lamentosa, desta alle orecchie dei napoletani una irrefrenabile ilarità. Per interi secoli è bastato che sui manifesti degli spettacoli apparisse lo striscione « con Pancrazio, il Bisceqliese » per assicurare il tutto esaurito.

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Il motivo centrale di un dramma, una tragedia, una farsa, è tradizionalmente una vicenda d’amore, al punto che nel teatro delle maschere i due protagonisti, il giovane amoroso e la giovane amorosa, appaiono del tutto caratterizzati dal loro sentimento e a null’altro impegnati che a realizzare. scavalcando ogni ostacolo, il sogno della loro esistenza

Fra le maschere che ripetevano il tipo del Capitano burbanzoso e millantatore, e che divennero popolarissime nel teatro europeo del primo Seicento, quando il continente era percorso dalle soldatesche spagnole, Spezzaferro incontrò soprattutto il gusto dei francesi, per la sua comicità venata di tristezza. Lo presentò per la prima volta a Parigi l’italiano Giuseppe Bianchi, giunto nel 1639 con una compagnia di comici improvvisatori.

In origine, coi nomi di Fiore o Fiorinetta, la giovane amorosa era un tipo d’ingenua che trionfava delle avversità e delle malizie appunto in forza del proprio candore; una maggior compiutezza, che non mancò di lasciar tracce nell’avvenire del personaggio, si ebbe con Silvia, nome d’arte dell’attrice Rosa Zanetta Besozzi, giunta a Parigi con la sua compagnia nel 1716, e che fu interprete Insuperata del teatro di Marivaux.

Valletto cinico e intrigante, disposto a ogni sotterfugio e a ogni commercio, che si ritrova nel teatro medioevale, e che i comici italiani tradussero in Francia, ospiti della Corte, nella maschera di Mezzetino, nome col quale solevano indicare i loro colleghi di scarsa statura (Mezzetino, cioè mezza misura).

Ai primi deI ‘500 si incontra a Padova nel teatro del Ruzante (1502-1542) il personaggio di Domenico, detto familiarmente Menego, tipo di contadino ingenuo e poltrone. La sua figura, soprattutto col diminutivo di Meneghino, andrà col tempo evolvendosi, fino ad assomigliare a quella del toscano Stenterello: lo stesso incontro d’ingenuità e d’astuzia, la stessa inclinazione agli amori facili e alla buona mensa, una analoga popolarità presso i rispettivi pubblici.

Stenterello, spirito mordace e arguto tipico dei toscani, è la maschera fiorentina per antonomasia. Nasce nel Settecento al Teatro dei Fiorentini a Napoli, per opera di Luigi Del Buono, ex orologiaio datosi all'opera istrionica, che colpito dal successo di Pulcinella sul pubblico partenopeo volle creare un personaggio che incarnasse le caratteristiche di Firenze.

Dall’antico carattere del Pagliaccio, frequente nelle recite a soggetto che i comici italiani, abilissimi improvvisatori, importarono in Francia, nacque nel teatro parigino dei Funamboli, ai primi dell’ 800, il tipo del moderno Pierrot.

Il Siciliano Peppe Nappa, maschera di un Pierrot esile, delicato, con un costume azzurro pallido, che sembra uscito da un quadro di Watteau. Il carattere del Pagliaccio, i cui primi lineamenti già si potrebbero rilevare nelle figure di Bertoldo. Bertoldino e Cacasenno, i protagonisti del famoso libretto di Giulio Cesare Croce, dai quali trassero motivi la maschera di Pierrot in Francia e il clown da circo in Inghilterra.

Scaramouche Da un personaggio napoletano chiamato Scaramuccia, cioè piccola battaglia, pauroso e millantatore, l’ultimo e il più comico della serie dei Capitani, i comici italiani avvicendatisi alla corte di Francia derivarono la figura di Scaramouche, sedicente signore di contrade mai esistite sulla carta geografica, nobile non meno di Carlo Magno e ricco almeno quanto un suo bisavolo di nome Creso, ladro, poltrone, furfante, amico e rivale di Pulcinella in una gara di frottole e di ribalderie.